venerdì 7 settembre 2012

Lettere d'amore in tempi di guerra

Stavo rovistando un po' tra vecchie cose,vecchie foto, quando ne ho trovata una che ritraeva un uomo in uniforme. L'ho riconosciuto subito. L'uomo era il mio bisnonno, il nonno di mia madre. Bell'uomo, uniforme decisamente retrò rispetto a quelle che siamo abituati a vedere addosso ai nostri militari in TV. 
L'ho girata e ho notato che la foto in realtà era una cartolina. Gliel'aveva spedita dal fronte quella cartolina. Sulla carta la bella grafia, ancora chiara nonostante l'inchiostro sbiadito, riporta poche semplici parole.

                                Ricordati di me. Francesco.

Ecco io l'ho trovato molto dolce. Nonostante la letteratura riporta lettere d'amore molto più passionali e coinvolgenti. Io l'ho trovato molto dolce per tutto quello che c'è dietro queste poche parole, anche banali se volete. Fondamentalmente penso che non le avrebbe mai detto che la amava in modo esplicito (deve essere una caratteristica familiare ndr.) e questo era il suo modo di farglielo sapere. 

C'è ad una donna a casa, sola, con i figli da accudire. Pensa a suo marito lontano, al fronte, sotto il fuoco nemico. Pensa che forse non lo rivedrà. Non perchè non voglia rivederlo: darebbe la sua stessa vita per poterlo abbracciare ancora una volta. Solo che così pensa di essere preparata nel caso... Chissà cosa sta facendo in questo momento. Lo immagina lì, al freddo, il volto provato dalle fatiche della guerra, quegli occhi che hanno visto cadere tanti compagni ora sono un po' meno blu. Mentre pensa a questo il postino recapita quella cartolina. E lei ritorna a vivere. Per un momento ritorna a vivere. Perchè lui è vivo e lei lo sa. Ora lo sa. Dice "Ricordati di me". Pensa "E come potrei dimenticarti". C'è qualcosa che li lega. E non parlo solo dei figli. C'è qualcosa che li lega,qualcosa che lui non le dice, ma che lei gli legge negli occhi. Per questo si ricorderà di lui per sempre, anche se non sa come finirà. Anche il giorno in cui è andato via, anche quello ricorderà per sempre. Gli ha detto "Cerca di non farti ammazzare". Anche lei non era molto brava con quelle parole, quelle che tutti gli altri si dicono senza problemi. E con quelle parole cominciava la guerra di lui, e il calvario di lei. Giorni e giorni ad aspettare notizie. A sperare che le notizie siano buone. A ripetersi di non illudersi troppo. E poi arrivano quelle poche parole e lei ritorna a vivere. Va dai suoi bambini a mostrar loro quanto è bello papà in uniforme.

C'è un'altra donna a casa, si prepara per andare a lavoro. E' passato tanto tempo dall'ultima guerra, eppure ci sono altre battaglie da combattere. Le piccole grandi battaglie di ogni giorno. Il capo schiavista, i figli da portare a scuola, il pranzo da preparare, la crisi. Ci mancava solo quella. E poi c'è lui. Lui che per trovare lavoro l'ha dovuto cercare in un'altra città. Si sveglia ogni mattina all'alba, si prepara in fretta, guarda i suoi bimbi che dormono ancora e guarda lei. E' così bella. Le ripete ogni giorno di fare attenzione con la macchina, di andare piano, di mettere la cintura. Lui pensa che lei porti un po' sfiga. Lei pensa che si sta soltanto preoccupando. Che oggi i nemici sono altri e non sono più clementi dei tedeschi. Lo vede uscire ogni mattina all'alba, ancora un po' assonnato per andare a lavoro. Ogni mattina prega che la strada, la velocità, l'asfalto sdrucciolevole, l'automobilista spericolato abbiano pietà di suo marito. 
Poi arriva quella telefonata. "Sono arrivato, tutto ok." E lei ritorna a vivere. Perchè alla fine non è poi molto diverso che aspettare una lettera dal fronte. Quanto sono belle le donne che aspettano. Aspettano l'esito di una battaglia combattuta lontano mentre sono impegnate a dimenarsi nelle loro di battaglie. E come sono belli gli uomini che hanno qualcuno che li aspetta. Un pensiero che gli dà la forza di non mollare. E quando tornano a casa per cena, a casa con i bimbi che urlano c'è quasi la stessa aria di festa di quando ti annunciano "La guerra è finita".

Ricordati di me. Lo so che lo farai comunque, ma spero che tu capisca tutto il resto. E ti conosco abbastanza bene per sapere che la mia speranza non sarà vana. Ricordati di me. Io mi ricordo sempre di te,sei sempre nei miei pensieri. Sei il più luminoso dei miei pensieri in questa tenebra che ti risucchia la vita. Penso al tuo volto pallido, penso a quanta voglia ho di rivederlo. Penso che un giorno tornerò da te. Non so quando. Ma sapere che quel giorno arriverà e che tu sarai lì ad aspettarmi mi mantiene in vita. Ho visto tanto schifo qui giù. Ho visto tanti compagni cadere. Ho visto un uomo folle uccidere migliaia di innocenti. Ho visto quanto può essere scuro l'animo umano. Ricordati di me,Maria. Ricordati di me com'ero prima. Ricordatelo perchè dovrai ricordarlo a me quando potrò perdermi nei tuoi occhi ancora una volta. Quegli occhi che prima di tutti hanno inteso le parole che il mio cuore urlava a gran voce, ma che la bocca non ha mai neppure sibilato. Ti amo, Francesco.

venerdì 11 novembre 2011

Caldarroste a San Martino....

Ed eccomi qui. Dopo tanto tempo. Io e una tastiera. Sarà perchè non ho voglia di dormire. O forse perchè ho voglia del mio mondo, quello che solo scrivere (e leggere) mi fa raggiungere.
Quel mondo dove non importa se la crisi economica ci attanaglia o se il governo sta per cadere. Quel mondo dove non sei solo un nome ed un cognome, ma paradossalmente esisti davvero.
Questa volta credo che non vi stupirò con frasi d'effetto o citazioni colte (ammesso che riesca a non citare nessuno). Questa sera il soggetto voglio essere io, perchè stasera di me mi sono curata troppo poco.
Perchè quando metti gli altri al primo posto finisce così.
Allora voglio curarmi di me. Per una volta. Parlare di me, anche se non amo farlo.
Io non mi ricordo di com'è avere quindici anni. Forse perchè non li ho mai avuti. Non intendo letteralmente.
Intendo che mentre quasi tutte le ragazze a quell'età fanno le frivole, si divertono, baciano, amano io non lo facevo. Perchè ero troppo impegnata a tenere insieme i pezzi, perchè dovevo essere matura e responsabile. Quando penso ai miei quindici anni provo una grande tristezza perchè non me li ricordo. Eppure sono passati solo cinque anni. Chiari e nitidi sono i ricordi della fanciullezza, ma del passato recente non ricordo nulla.
Perchè dico questo? Perchè penso che una a vent'anni dovrebbe vivere se si è capito quello che intendo.
Non è solo andare a ballare, ubriacarsi o andare a letto ogni sera con una persona diversa. E' andare a letto pensando: che bella giornata, oppure se dovessi morire ora vorrei aver fatto esattamente quello che ho fatto oggi. Questo capita quando vivi la tua vita da protagonista. Quando sei tu il soggetto della tua storia. Purtroppo questo sento che non sta capitando. E probabilmente finirà che non mi ricorderò di com'è avere vent'anni fra cinque anni. Guarderò con invidia alle ragazze più giovani di me perchè loro hanno vent'anni e vivono. Vent'anni e se lo ricorderanno. Mentre sto vivendo il mondo là fuori scorre. Il tempo passa. E io sto ancora una volta a guardare. Spettatrice della mia vita. Questo perchè molto spesso dimentico il fatto che il soggetto sono IO. Non è egoismo questo,no. E' vivere. Perchè la vita va avanti e se ne fotte se ci sei o no. Dimenticare gli altri. Difficile per un futuro medico. Ma è così che deve andare. Parole parole parole. Voglio troppo bene alle vite degli altri per accorgermi che la mia si sente un po' abbandonata. Allora cosa fare....momento della citazione attenzione attenzione...forse ha ragione Sartre quando parla dell'amore come misto di masochismo e sadismo. Siamo pronti a rinunciare a noi stessi per essere amati ma anche per amare. Rinunciare a se stessi per essere una amica, una sorella, una madre, un'amante. Interpretare un ruolo che ci sta stretto quando l'unico ruolo che si vorrebbe interpretare è quello della ragazza di vent'anni. La ragazza di vent'anni che vive i suoi vent'anni, che si comporta come le sue coetanee. Citazione citazione citazione (non ce la faccio proprio a vivere senza): "Perchè devo essere sempre io quella seria e responsabile? Perchè non posso essere l'irlandese affascinante che canta sempre?". Sarà che "Quando canti tu anche i cani abbaiano!" o forse perchè non sono irlandese. Non lo so. Sarà che la gente continua a prendersi pezzetti di me e un pezzo alla volta scomparirò. Bisogna invertire rotta. Bisogna. Bisogna che viva. "Perchè è vivere che voglio" (eh bè Baricco per forza!).
E' San Martino. Scorre il vino, scorre la vita e io non ci sono. C'è solo tanta gente che si è presa un pezzetto di me anche questa volta. Forse non mi ricorderò di questa serata fra cinque anni.
E mi viene solo da pensare a quella filastrocca che ti insegnano all'asilo...
 "Caldarroste a San Martino innaffiate col buon vino"....

venerdì 11 febbraio 2011

C'era una volta la città dei matti...

C'era una volta la città dei matti.
Non è l'inizio di una favola.
E' il titolo di un film. Di una fiction in realtà, andata in onda un po' di tempo fa.
Come a volte capita questa fiction parlava di una storia vera.
Quella di Franco Basaglia, uomo giusto, medico giusto. Uomo.
Franco Basaglia diede una speranza a tutti coloro che l'umanità ormai non sapevano più cosa fosse.
Abituati a vivere lì, nei manicomi, ammassati come le bestie, trattati come le bestie. Con lacci e catene.
La feccia delle società.
Privati dei loro cari,dei loro vestiti,dei loro ricordi finivano per perdere anche se stessi.

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La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. (F.Basaglia)


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La malattia mentale ancora oggi è un tabù, è inutile che lo neghiamo.
Appena uno discosta un po' da quella che è la "normalità" viene etichettato come matto e messo ai margini.
Messo ai margini per quello che appare.
Senza provare a capire perché una persona è arrivata fino a quel punto.
Com'era quella canzone di Cristicchi? "I matti siamo noi quando nessuno ti capisce, quando pure il tuo migliore amico ti tradisce".
Se non ci fosse stato Franco Basaglia in Italia probabilmente ci sarebbero ancora quei campi di concentramento che, con l'eleganza che è propria del popolo italiano, chiamavamo simpaticamente manicomi, giusto per nascondere tutte le brutture che si operavano dietro il fatto che lì dentro ci finivano i matti. La feccia.

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Un malato di mente entra nel manicomio come 'persona' per diventare una 'cosa'. Il malato, prima di tutto, è una 'persona' e come tale deve essere considerata e curata (...) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone.(F.Basaglia)


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La legge 180/78 impose la chiusura dei manicomi e l'introduzione si un servizio di assistenza pubblico per i pazienti psichiatrici. Viene anche detta "Legge Basaglia".
Il perché mi pare ovvio.
Certo a molti non piacque questa legge.
Perché è più comodo nascondere la polvere sotto il tappeto piuttosto che prendere la paletta e fare fatica per cacciarla via. Così sembra pulito comunque.
La malattia psichiatrica ancora oggi è un tabù.
Si imbottisce la gente di pillole per la felicità (o per lo stordimento dipende dai punti di vista) purché non se ne parli, purché si sembri tutti felici.
Leggevo su un articolo che il capitale speso dal servizio sanitario nazionale in barbiturici sarebbe sufficiente a pagare sei sedute di psicoterapia ad ogni cittadino.
Più che sufficienti.
Eppure non si fa nulla.
E' più comodo sentire che ascoltare. Così ognuno di noi ha milioni di amici che in realtà non sanno nulla di lui. 
E che poi affermano stupiti "Mi pare proprio assurdo, era una persona così tranquilla!".


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Non esistono persone normali e non, ma donne e uomini con punti di forza e debolezza ed è compito della società fare in modo che ciascuno possa sentirsi libero, nessuno sentirsi solo.(F.Basaglia)
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Sono solo qui nella mia stanzetta. Non posso uscire, faccio male alla gente io.
Così mi dicono. Io lo so che non è vero. Non voglio fare del male alla gente io, io li voglio bene.
Dicono che sono un diverso. Io lo so che non è vero. Ho due mani, due gambe, un sorriso da donare. Oh e il mio cuore batte allo stesso modo.
Dicono che è un problema di testa. E allora perché non mi aiutano ad aggiustarla? Mi tengono chiuso qui, ma qui da solo io non ci riesco. Non ci riesco ad aggiustarla. Che poi dov'è che è rotta non riesco mica a capirlo.
Per quello che ne so la mia testa non mi sembra molto più rotta della loro.
Dicono che non è come per le ossa. Quelle quando te le rompi ti mettono il gesso e tornano a posto.
Per me non c'è cura.
E sono solo.
Ora non so nemmeno più parlare, mi sono dimenticato di come si fa.
Non mi parla mai nessuno, non mi tocca nessuno. Solo botte. Quelle si.
E poi sono io che faccio del male alla gente.
Io farei solo carezze.

sabato 5 febbraio 2011

Amore e scacchi.

Il gioco degli scacchi è un gioco che richiede grande attenzione, concentrazione, disciplina e pazienza.
Soprattutto pazienza.
Il gioco degli scacchi ha poche semplici regole.
I bianchi partono per primi.
La regina bianca va su una casella nera e viceversa.
La torre, l'alfiere e il cavallo si muovono rispettivamente in linea retta,in obliquo e a "L".
La regina può muoversi come vuole,di quanti passi vuole ma in una sola direzione per volta.
Il re può muoversi come vuole,in una sola direzione per volta e un passo alla volta.
Bisogna capirlo, il re è uomo.
I pedoni possono muoversi solo in avanti, di un solo passo alla volta, al massimo due.
Praticamente tutto il gioco verte nel salvare la pelle al re.
Bisogna capirlo, il re è uomo.
Il gioco degli scacchi richiede grande attenzione,concentrazione,disciplina.
Provate voi senza attenzione,concentrazione e disciplina a giocare a scacchi.
Devi tenere a mente tutte le regole, devi prevedere tutte le mosse del tuo avversario, devi vagliare ogni possibile conseguenza delle tue azioni.
Molta attenzione, concentrazione, disciplina.
Ma soprattutto pazienza.
Bisogna saper attendere.
Attendere la mossa del tuo avversario.
E' lì che si vede il giocatore.
Sai che da quella mossa dipende tutto il resto del gioco. E come lo sai tu lo sa anche lui. Non può andare di fretta, non può.
Perché non può sbagliare.
Allora ti tocca attendere, e lo sai, nulla è più logorante dell'attesa.
In quei momenti cerchi di pensare con la sua testa. Di essere nella sua mente.
Ma, per quanto a fondo tu possa penetrare il suo sguardo, non saprai mai se quello che ti sferrerà sarà un colpo decisivo o se ti spianerà la strada verso una facile vittoria.
Allora, abbandonato il desiderio di capire, abbandonata la follia di prevedere, quello che ti resta da fare è attendere.
Attendere.
Attendere.
E devi avere pazienza altrimenti impazzisci.
Altrimenti la voglia di chiudere la partita ti farà fare una mossa avventata.
Un po' come l'amore.
L'amore non è un gioco.
L'amore richiede grande attenzione, concentrazione, disciplina e pazienza.
Soprattutto pazienza.
In amore non ci sono regole.
L'amore richiede attenzione perché non è facile da riconoscere. Quindi per riconoscerlo devi prestare grande attenzione o finirai per considerare tale un'infatuazione da niente.
Richiede concentrazione o meglio, tra gli umani, proprio perché l'amore non è un gioco, si preferisce usare la parola dedizione (quanta sottigliezza nell'usare una parola piuttosto che un'altra!).
Dedizione perché una volta trovato si deve fare in modo che non vada via, che non si sciupi, che non diventi scontato.
L'amore non è un gioco, perciò richiede disciplina e rispetto. Perché con l'amore prendiamo una vita tra le nostre mani, ma è una vita che deve fare il suo corso, comunque.
Non possiamo stringerla così forte da impedirle di respirare.
Provate voi senza attenzione, dedizione, rispetto ad amare.
Molta attenzione,dedizione,rispetto.
Ma soprattutto molta pazienza.
Bisogna saper attendere.
Una volta fatta la tua mossa devi attendere quella dell'altra persona con molta pazienza.
Ci vorrà del tempo.
A volte ci vogliono settimane, mesi, anni.
Cercherai di capire cosa pensa di te, cosa sente per te.
Ma non riuscirai a scoprire niente.
No.
E' peggio degli scacchi.
Lì la tua mente resta lucida.
E allora, abbandonato il desiderio di capire, abbandonata la follia di prevedere, quello che ti resta da fare è attendere.
Attendere.
Attendere.
E devi avere pazienza altrimenti impazzisci.
***
E' una partita che va avanti da un po'.
La fretta, l'impazienza mi ha fatto fare un sacco di mosse avventate e stupide.
Sono rimasti in pochi a difesa del mio castello.
Ora non si può sbagliare.
Bisogna essere pazienti. Attendere, con dignità.
Per quanto tempo possa durare, ogni partita prima o poi giunge al termine.
E anche questa finirà. 
Come non è dato sapere.
Ho fatto la mia mossa.
Ora attendo la sua.
Bisogna essere pazienti.
Anche se attendere è logorante.
Quella mossa deciderà il destino della partita.
Lo sa anche lui.

Chissà chi sarà a urlare "Scacco matto".