venerdì 11 febbraio 2011

C'era una volta la città dei matti...

C'era una volta la città dei matti.
Non è l'inizio di una favola.
E' il titolo di un film. Di una fiction in realtà, andata in onda un po' di tempo fa.
Come a volte capita questa fiction parlava di una storia vera.
Quella di Franco Basaglia, uomo giusto, medico giusto. Uomo.
Franco Basaglia diede una speranza a tutti coloro che l'umanità ormai non sapevano più cosa fosse.
Abituati a vivere lì, nei manicomi, ammassati come le bestie, trattati come le bestie. Con lacci e catene.
La feccia delle società.
Privati dei loro cari,dei loro vestiti,dei loro ricordi finivano per perdere anche se stessi.

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La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. (F.Basaglia)


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La malattia mentale ancora oggi è un tabù, è inutile che lo neghiamo.
Appena uno discosta un po' da quella che è la "normalità" viene etichettato come matto e messo ai margini.
Messo ai margini per quello che appare.
Senza provare a capire perché una persona è arrivata fino a quel punto.
Com'era quella canzone di Cristicchi? "I matti siamo noi quando nessuno ti capisce, quando pure il tuo migliore amico ti tradisce".
Se non ci fosse stato Franco Basaglia in Italia probabilmente ci sarebbero ancora quei campi di concentramento che, con l'eleganza che è propria del popolo italiano, chiamavamo simpaticamente manicomi, giusto per nascondere tutte le brutture che si operavano dietro il fatto che lì dentro ci finivano i matti. La feccia.

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Un malato di mente entra nel manicomio come 'persona' per diventare una 'cosa'. Il malato, prima di tutto, è una 'persona' e come tale deve essere considerata e curata (...) Noi siamo qui per dimenticare di essere psichiatri e per ricordare di essere persone.(F.Basaglia)


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La legge 180/78 impose la chiusura dei manicomi e l'introduzione si un servizio di assistenza pubblico per i pazienti psichiatrici. Viene anche detta "Legge Basaglia".
Il perché mi pare ovvio.
Certo a molti non piacque questa legge.
Perché è più comodo nascondere la polvere sotto il tappeto piuttosto che prendere la paletta e fare fatica per cacciarla via. Così sembra pulito comunque.
La malattia psichiatrica ancora oggi è un tabù.
Si imbottisce la gente di pillole per la felicità (o per lo stordimento dipende dai punti di vista) purché non se ne parli, purché si sembri tutti felici.
Leggevo su un articolo che il capitale speso dal servizio sanitario nazionale in barbiturici sarebbe sufficiente a pagare sei sedute di psicoterapia ad ogni cittadino.
Più che sufficienti.
Eppure non si fa nulla.
E' più comodo sentire che ascoltare. Così ognuno di noi ha milioni di amici che in realtà non sanno nulla di lui. 
E che poi affermano stupiti "Mi pare proprio assurdo, era una persona così tranquilla!".


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Non esistono persone normali e non, ma donne e uomini con punti di forza e debolezza ed è compito della società fare in modo che ciascuno possa sentirsi libero, nessuno sentirsi solo.(F.Basaglia)
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Sono solo qui nella mia stanzetta. Non posso uscire, faccio male alla gente io.
Così mi dicono. Io lo so che non è vero. Non voglio fare del male alla gente io, io li voglio bene.
Dicono che sono un diverso. Io lo so che non è vero. Ho due mani, due gambe, un sorriso da donare. Oh e il mio cuore batte allo stesso modo.
Dicono che è un problema di testa. E allora perché non mi aiutano ad aggiustarla? Mi tengono chiuso qui, ma qui da solo io non ci riesco. Non ci riesco ad aggiustarla. Che poi dov'è che è rotta non riesco mica a capirlo.
Per quello che ne so la mia testa non mi sembra molto più rotta della loro.
Dicono che non è come per le ossa. Quelle quando te le rompi ti mettono il gesso e tornano a posto.
Per me non c'è cura.
E sono solo.
Ora non so nemmeno più parlare, mi sono dimenticato di come si fa.
Non mi parla mai nessuno, non mi tocca nessuno. Solo botte. Quelle si.
E poi sono io che faccio del male alla gente.
Io farei solo carezze.

sabato 5 febbraio 2011

Amore e scacchi.

Il gioco degli scacchi è un gioco che richiede grande attenzione, concentrazione, disciplina e pazienza.
Soprattutto pazienza.
Il gioco degli scacchi ha poche semplici regole.
I bianchi partono per primi.
La regina bianca va su una casella nera e viceversa.
La torre, l'alfiere e il cavallo si muovono rispettivamente in linea retta,in obliquo e a "L".
La regina può muoversi come vuole,di quanti passi vuole ma in una sola direzione per volta.
Il re può muoversi come vuole,in una sola direzione per volta e un passo alla volta.
Bisogna capirlo, il re è uomo.
I pedoni possono muoversi solo in avanti, di un solo passo alla volta, al massimo due.
Praticamente tutto il gioco verte nel salvare la pelle al re.
Bisogna capirlo, il re è uomo.
Il gioco degli scacchi richiede grande attenzione,concentrazione,disciplina.
Provate voi senza attenzione,concentrazione e disciplina a giocare a scacchi.
Devi tenere a mente tutte le regole, devi prevedere tutte le mosse del tuo avversario, devi vagliare ogni possibile conseguenza delle tue azioni.
Molta attenzione, concentrazione, disciplina.
Ma soprattutto pazienza.
Bisogna saper attendere.
Attendere la mossa del tuo avversario.
E' lì che si vede il giocatore.
Sai che da quella mossa dipende tutto il resto del gioco. E come lo sai tu lo sa anche lui. Non può andare di fretta, non può.
Perché non può sbagliare.
Allora ti tocca attendere, e lo sai, nulla è più logorante dell'attesa.
In quei momenti cerchi di pensare con la sua testa. Di essere nella sua mente.
Ma, per quanto a fondo tu possa penetrare il suo sguardo, non saprai mai se quello che ti sferrerà sarà un colpo decisivo o se ti spianerà la strada verso una facile vittoria.
Allora, abbandonato il desiderio di capire, abbandonata la follia di prevedere, quello che ti resta da fare è attendere.
Attendere.
Attendere.
E devi avere pazienza altrimenti impazzisci.
Altrimenti la voglia di chiudere la partita ti farà fare una mossa avventata.
Un po' come l'amore.
L'amore non è un gioco.
L'amore richiede grande attenzione, concentrazione, disciplina e pazienza.
Soprattutto pazienza.
In amore non ci sono regole.
L'amore richiede attenzione perché non è facile da riconoscere. Quindi per riconoscerlo devi prestare grande attenzione o finirai per considerare tale un'infatuazione da niente.
Richiede concentrazione o meglio, tra gli umani, proprio perché l'amore non è un gioco, si preferisce usare la parola dedizione (quanta sottigliezza nell'usare una parola piuttosto che un'altra!).
Dedizione perché una volta trovato si deve fare in modo che non vada via, che non si sciupi, che non diventi scontato.
L'amore non è un gioco, perciò richiede disciplina e rispetto. Perché con l'amore prendiamo una vita tra le nostre mani, ma è una vita che deve fare il suo corso, comunque.
Non possiamo stringerla così forte da impedirle di respirare.
Provate voi senza attenzione, dedizione, rispetto ad amare.
Molta attenzione,dedizione,rispetto.
Ma soprattutto molta pazienza.
Bisogna saper attendere.
Una volta fatta la tua mossa devi attendere quella dell'altra persona con molta pazienza.
Ci vorrà del tempo.
A volte ci vogliono settimane, mesi, anni.
Cercherai di capire cosa pensa di te, cosa sente per te.
Ma non riuscirai a scoprire niente.
No.
E' peggio degli scacchi.
Lì la tua mente resta lucida.
E allora, abbandonato il desiderio di capire, abbandonata la follia di prevedere, quello che ti resta da fare è attendere.
Attendere.
Attendere.
E devi avere pazienza altrimenti impazzisci.
***
E' una partita che va avanti da un po'.
La fretta, l'impazienza mi ha fatto fare un sacco di mosse avventate e stupide.
Sono rimasti in pochi a difesa del mio castello.
Ora non si può sbagliare.
Bisogna essere pazienti. Attendere, con dignità.
Per quanto tempo possa durare, ogni partita prima o poi giunge al termine.
E anche questa finirà. 
Come non è dato sapere.
Ho fatto la mia mossa.
Ora attendo la sua.
Bisogna essere pazienti.
Anche se attendere è logorante.
Quella mossa deciderà il destino della partita.
Lo sa anche lui.

Chissà chi sarà a urlare "Scacco matto".